Sito ufficiale dell' Associazione Culturale di Tintura Naturale e Popolare FRANCO BRUNELLO

L’economia femminile: 12 pezzi per ogni cosa

 abiti da tutti ti giorniAll’ interno dell’ economia domestica popolare era la donna che, con pazienza e dedizione si occupava della tintura e della realizzazione dei capi d’ abbigliamento per la famiglia intera;  al contrario la tessitura e la tintura commerciale erano unicamente prerogativa maschile. La foto accanto presenta proprio l’abbigliamento rurale delle donne del paese. Erano, quelle di una volta, famiglie di stampo “patriarcale” perché si fondavano sulla comunità familiare , governata dagli anziani, e sull’ autorità indiscussa del padre, nell’ ambito di una famiglia solitamente molto numerosa. Se questa descritta era la realtà dal punto di vista giuridico e consuetudinario, la famiglia patriarcale vedeva nella donna uno dei principali elementi di stabilità e sopravvivenza. Era impegnata in un’ attività di “industria domestica rurale”: filava, tingeva, tesseva e realizzava, con tessuti poveri e grossolani, il guardaroba per un’ intera famiglia. Le donne più giovani, in età da marito, preparavano con pazienza e dedizione il proprio corredo che, sia nelle famiglie più povere che in quelle più ricche -dove questo lavoro veniva affidato a tessitrici e ricamatrici-, doveva essere composto da “12 pezzi per ogni cosa”; le donne oggi di una certa età ricorderanno senz’ altro questa usanza.  La donna aveva ampia conoscenza nel campo delle erbe. Da esse ricavava, infatti, cibo, medicamenti e colore. Mentre l’ uomo costituiva una parte quasi esclusivamente “pratica” e decisionale nella vita rurale la donna era, di contro, non solo una preziosa parte attiva ma anche una parte culturale dell’ economia domestica; parte culturale di non indifferente importanza. Nel campo tintorio, ad esempio, ella conosceva i vegetali capaci di fornire estratti coloranti applicabili alle fibre tessili con procedimenti piuttosto semplici e appresi per tramandazione orale dalle donne più vecchie come mamme e nonne. La donna sapeva realizzare il blu grigiastro col succo di bacche mature di sambuco (Sambucus nigra): questa tintura era utilizzata così oppure veniva passata in acqua con verderame affinché assumesse un tono azzurro violaceo o in acetOLYMPUS DIGITAL CAMERAo affinché arrossasse. Similmente si comportavano le bacche di mirtillo (Vaccinium myrtillus) specialmente se la fibra da tingere era mordenzata con allume. Un violetto molto delicato era dato dai fiori di viola (Viola odorosa) come pure dai fiori di fiordaliso (Centaurea cyanus). Per i rossi, molto più poveri e delicati di quello della robbia (Rubia tinctoria), si utilizzavano le foglie di melo selvatico, le radici di prugnolo e la corteccia del susino. Per i gialli venivano usati con ottimi risultati il cartamo, la corteccia giovane di melo e le bacche di spincervino (Rhamnus catharticus). Per i verdi il ligustro (Ligustrum vulgare), l’ erba mora (Solanum nigrum), la ruta (Ruta graveolens), il giaggiolo (Iris germanica), la celidonia (Chelidonium majus), l’ alloro (Lauris nobilis), l’ edera, l’ erba santolina e altre ancora. Come potete vedere nella foto accanto, degna di rilevanza è l’ ortica (Urtica dioica) . Da questo vegetale non solo si otteneva una tinta verde molto delicata ma anche un tessuto estremamente grezzo, parente della canapa, per macerazione dei fusti in acqua corrente e successiva lavorazione. Lo stesso discorso dell’ ortica lo si riscontra in una specie di assenzio che forniva sia materia colorante verde che fibra tessile povera: la non molto famosa – purtroppo- canapaccia. Va notato che, dal momento che il verde è un colore che si ottiene quasi esclusivamente da una rimonta di un blu su un piede di giallo, i verdi della tradizione popolare erano verdi molto semplici… molto chiari o “sporchi”, ad esempio verde-grigio.

Resta, anfilati cipollacor oggi, legato alla tradizione popolare la tintura con le tuniche di cipolla (Aglium cepa)… tinta della tradizione contadina e popolare per antonomasia, visibile nella foto accanto.  

Le piante del bosco, del prato o dell’ orto utilizzate nella tintura domestica erano, contrariamente al pensiero comune, moltissime… la betulla, la noce (per il marrone), l’ infestante fitolacca, la carota, il tarassaco, il ciliegio, l’ elicriso, la salvia, la malva, la camomilla, la ginestra (anche da questa si otteneva un tessuto grezzo e robusto utilizzato sino a 50/60 anni fa), l’ iperico, il fico e l’ elenco potrebbe continuare sino alla noia perché si conoscevano, nella tradizione contadina e popolare, sin dal Medio Evo, alcune centinaia di piante utili alla Tintura.

abiti da festaSe la tintura costituisce una fonte di sapere non indifferente è altresì vero che questi antichi saperi, tramandati solo oralmente, giungono con molta difficoltà sino ai giorni nostri in quanto, causa frequente l’analfabetismo, non si è mai trovato alcun ricettario o alcuno scritto. La tintura domestica resta, per il Tintore interessato, un settore estremamente vasto e ampio da studiare, da approfondire, da catalogare e da rendere noto anche per sfatare il pensiero comune che voleva la popolazione comune vestita di colori spenti o scialbi. Nella foto accanto potete vedere una famiglia con gli “abiti per il giorno di festa”, ed essi sono estremamente luminosi e curati.

Ovviamente troviamo notevoli differenze tra le tinture domestiche del nord, centro e sud Italia. Unica cosa comune tra le tre zone citate è l’ utilizzo della lana… essa veniva tinta in maniera minore rispetto al cotone alla canapa, all’ ortica e alla ginestra in quanto le pecore fornivano un vello già naturalmente colorato.

L’ unica nota negativa sulla tintura domestica è che essa non ha mai seguito uno sviluppo nelle tecnologie o nell’ utilizzo di nuovi pigmenti.

In Veneto sono stati rinvenuti vari ritrovamenti archeologici che testimoniano la fervente attività tessile e tintoria sia dalla preistoria. Si può tranquillamente affermare come l’ economia creata dalla donna, in ogni epoca, sia stata importante non solo nel campo familiare ma per interi villaggi, paesi e comunità. L’ economia femminile viene menzionata e ricordata molto raramente e data troppo per scontata.

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